.
Annunci online

labattitura
silenzi e rumori del carcere


Detenzione femminile


26 dicembre 2006


 I bambini di Rebibbia

Al momento sono circa dieci e vivono nella sezione nido di Rebibbia femminile con le loro madri condannate, o in misura cautelare in attesa di giudizio,  per avere commesso un reato.

Per cercare di rendere meno traumatica la vita (non vita)  in carcere, quando ci sono i loro compleanni o ricorrenze particolari, come quelle di questi giorni, “A Roma, Insieme”, un’ Associazione di volontariato, organizza delle “feste” all’interno della sezione.

Anche quest’anno c’è stata la festa di Natale – anticipata al 22 – con tanto di Babbo Natale che è arrivato per portare dei piccoli doni ai bimbi presenti che, ovviamente,  come hanno visto questo strano tipo vestito di rosso puntualmente hanno iniziato a piangere.

Era la prima volta che “festeggiavo” con loro il Natale e stando lì, osservando quei bimbi innocenti condannati a vivere dietro le sbarre, lontani dai loro fratellini, dal loro padre, osservando quelle donne con i volti stanchi, con il senso di colpa per i loro figli che li accompagna ogni attimo, mi  chiedevo se tutto questo ha un senso.

Non sono una che crede che il reato debba restare impunito, non sarebbe giusto, ma sono fermamente convinta che esiste una pena per ogni reato e il carcere non può e non deve essere l’unica pena per tutti i reati.

Non si può condannare un’innocente da zero a tre anni a vivere un’esperienza così traumatica, e non si può infliggere ad una madre, seppur colpevole, una pena così grande. Perché essere costrette a portare con se il proprio figlio è forse la pena maggiore.

Tra le donne presenti nella sezione nido, tutte con la loro storia di sofferenza, di dolore, di solitudine che varrebbe la pena conoscere perché a volte solo con la conoscenza si riesce a comprendere e a non giudicare solamente, c’è ne è una di solo 18 anni con un bimbo di un mese.

Un mese e 18 anni… qualsiasi cosa abbia commesso questa giovane  non credo che il loro posto sia lì.

Non restiamo indifferenti perché, anche se queste donne sono colpevoli,  questa non è giustizia. Per nessuno.




permalink | inviato da il 26/12/2006 alle 20:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


4 novembre 2006


la puoi vedere qui
La Campana  delle Mantellate…

… con il suo rintocco ha segnato per anni lo scandire delle ore nella quotidianità del carcere femminile di Roma, allora ospitato nel convento delle Mantellate. Ed anche se è un carcere lontano quello a cui ci rimanda la campana, dove ancora c’erano le suore che vigilavano, non sempre con carità, dove non c’era il bagno ma il bugliolo (un secchio dove far i propri bisogni) è quasi possibile ascoltare quel suono e percepire – comprendendoli - i dolori, le speranze, gli amori, le fragilità  di quelle donne ormai dimenticate.

Le mantellate son delle suore

a Roma son soltanto celle oscure.

Una campana sona a tutte l’ore,

ma Cristo non ce sta,

dentro a ‘ste mura

Ma che parlate a fa’, ma che parlate a fa’

Qui dentro ce sta solo infamità

Carcere femminile c’hanno scritto,

sulla facciata d’un convento vecchio,

sacco de paglia ar posto del tuo letto,

mezza pagnotta

e l’acqua dentro al secchio.

“Nell’amore abbi fede”

C’hanno detto, domenica mattina

alla funzione.

Tre mesi che me svejo

E che t’aspetto,

cent’anni che s’è chiuso

‘sto portone.

('Le mantellate', testo di G. Strehler musica di F. Carpi-Anonimo, 1959)

 




permalink | inviato da il 4/11/2006 alle 22:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


17 ottobre 2006



Nessun bambino varchi più la soglia di un carcere

 

Quello dei bambini – da zero a tre anni – costretti a vivere  in carcere è una vergogna di cui tutti dobbiamo sentirci responsabili.

 
Piccoli o piccolissimi che invece di essere portati a prendere l’aria buona al mare o in qualche bel parco cittadino sono costretti ad andare a fare “l’ora d’aria” o al massimo “l’area verde”. Bambini che fin da subito imparano a pronunciare parole come  “Terapia” “Aria” “Agente” abituati a vedere  solo sbarre, blindi e divise blu.
Ed anche se sono ristretti in sezioni Nido, che dovrebbero essere meno traumatiche, e anche se in molte città  ci sono associazioni di volontariato (tra le altre “A Roma, Insieme” – “Bambini senza Sbarre”) che si occupano di farli uscire almeno una volta la settimana, il fatto che vi siano dei minori in carcere resta comunque un problema da affrontare e risolvere al più presto.

 

Per questo motivo è stata ripresentata alla Camera la proposta di legge (n. 528)  per la tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori dove il punto centrale è l’istituzione di case-famiglia protette. Queste strutture, esterne al carcere , permetterebbero a tutte quelle detenute  che non possono usufruire del rinvio della pena o di qualche misura alternativa, o per le quali è indispensabile la misura cautelare in carcere, di far crescere i loro bambini in strutture compatibili alla loro età e soprattutto alle loro necessità e bisogni.

Strutture in cui, senza  rinunciare alla sicurezza, non ci siano ne sbarre ne divise e dove l’interesse del minore di crescere accanto alla propria madre, ma in un ambiente salubre, venga tutelato prima di ogni altra cosa.

 

Approvare questa proposta di legge – apportandovi le giuste modifiche e precisazioni-  e realizzare queste strutture  sarebbe davvero un grande gesto di dignità e responsabilità perché un Paese che si definisce civile non può permettere che questa vergogna continui.

 




permalink | inviato da il 17/10/2006 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


11 maggio 2006


 

No questo non è il risultato di una qualche partita di calcio, sport che tanto (forse troppo) appassiona gli italiani, ma l’età di alcuni “ospiti” davvero speciali rinchiusi nelle nostre sovraffollate e spesso fatiscenti carceri.

Si tratta di una cinquantina di bambini finiti dietro le sbarre da innocenti e la cui unica colpa è il diritto, che ogni fanciullo ha, di vivere accanto alla propria mamma.

Diritto riconosciuto dall’ordinamento penitenziario (legge 354/1975; regolamento esecutivo 230/2000) che permette alle detenute di tenere con se i propri figli, accudendoli e aiutandoli a crescere, fino al raggiungimento del terzo anno di età. Questo ovviamente per tutelare il rapporto tra i due e, soprattutto, l’interesse del minore.

Ma se la legge nel suo intento è ottima si rivela nella pratica diabolica.

Costringe infatti questi bambini, in un periodo fondamentale per il loro sviluppo, a vivere subendo tutte le privazioni che il carcere comporta.
Spazi limitati, celle chiuse, rumori continui. L’impossibilità di avere accanto la madre nel caso di un ricovero ospedaliero.

Per non parlare poi del trauma che subiscono quando, per legge, diventano “grandi” e sono obbligati a distaccarsi dalla persona più importante.

Il loro terzo compleanno significa proprio questo: uscita dal carcere e, se sono senza parenti pronti ad accoglierli nelle loro abitazioni e nei loro cuori, trasferimento in case famiglia.
Immagino solo lontanamente il dolore, il senso di smarrimento o di abbandono e l’incomprensione di queste regole fatte dagli adulti che possono provare in quel momento.

Per cercare di risolvere tutto questo, con la legge n. 40 del 2001, si introdusse nell’ordinamento penitenziario la detenzione domiciliare speciale (art. 47 quinquies).

Questa  permette alle detenute con prole di età inferiore ad anni 10 di scontare la loro pena in misura alternativa. Ma tra i requisiti richiesti per usufruirne vi è la necessità di essere definitivi, di aver scontato almeno 1/3 della pena, di avere un domicilio affidabile e di non essere recidive.

Requisiti questi che escludono dalla misura la maggior parte delle donne ristrette; molte delle quali sono infatti recidive – maggiormente piccoli furti- senza fissa dimora e per lo più in attesa di giudizio.

Così i bambini continuano a restare chiusi dentro quelle spoglie celle nell’indifferenza dei più ma soprattutto di chi ci ha governato fino a pochi mesi fa.

Perché loro potevano fare qualcosa.

C’era infatti depositata in Parlamento una proposta di legge (n. 6006 alla camera) che in parte avrebbe risolto questo problema aprendo delle case – famiglia  in regime di custodia attenuata.

Ma la proposta di legge non è stata neanche discussa per problemi di bilancio!!!!

Chissà  se i nostri rappresentanti, i nostri onorevoli avessero rinunciato a qualche loro privilegio o abbondante rimborso...
....forse i soldi per risolvere questa vergogna si sarebbero trovati.




permalink | inviato da il 11/5/2006 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
I numeri della detenzione
Poesie, frasi e...
Informazioni utili
Detenzione femminile
Amnistia e Indulto
Disagio
Misure Alternative

VAI A VEDERE


ristretti
antigone
radiocarcere
papillon
il due
dentro e fuori le mura
informacarcere
Ministero della giustizia
detenuto ignoto
Fuoriluogo
Presi Per Caso
il blog dei detenuti

Chi tifa Italia vota NO
Penna Rossa
La Notte Bianca del Bloggers
Il Posto Dei Sogni

io sto con le riforme


mail: sabry.col@libero.it
msn: orchetta@hotmail.it



La battitura

Nel gergo del carcere il termine  battitura viene usato  per indicare l’operazione che gli agenti di polizia penitenziaria compiono, giorno dopo giorno, per accertarsi che nessuno abbia segato le sbarre.

Ma la battitura può essere anche fatta dai detenuti che, per richiamare l’attenzione su particolari problemi o necessità, usano battere contro porte e finestre pentole o altre suppellettili.

Anche questo diario vuole essere, come una simbolica battitura,  un mezzo che oltrepassando sbarre e muri (non ultimo quello dell’indifferenza) arrivi al passante distratto e, magari solo per cinque minuti,  lo faccia riflettere senza pregiudizi o falsi giudizi su cosa sia realmente il carcere e sulle storie di chi vi è ristretto.


 

Per te...che tu possa tornare a solcare il mare della tua vita libero e forte come lei
Sabrina

CERCA